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Sol levante

Premesse

Giappone. Nippon (pron. ni-hon), cioè sol-levante.

Le contraddizioni cominciano già prima di partire. Come molti ho vissuto a pane e cartoni animati giapponesi l'infanzia e gran parte dell'adolescenza, e ho sempre pensato di adorare le stranezze di questo popolo assurdo, lontanissimo...

Ma se vado un po' più a fondo, se tolgo i sentito dire, gli innumerevoli luoghi comuni che circolano sui giapponesi, che cosa resta? Che ne so di come vivono? Della loro storia, della cultura, dei monumenti e delle attrazioni del loro paese? Mi piaceranno? Saranno davvero come me li immagino?

Bisognerebbe andare a vedere di persona, una buona volta.

E dopo averne parlato non so più quante volte, Flaviano, mio amico e collega di lavoro, nonché occasionale compagno di viaggio, un lunedì mattina si presenta e dice: “Abbiamo prenotato il volo!”, e io, “Per dove?”

“Per il Giappone!”... maledetto!

Un paio di notti ad arrovellarmi... sono tanti soldi... ma non posso farmi sfuggire questa occasione, devo andare anch'io! Mi farebbe comodo qualcuno per dividere le spese degli alloggi, però, così, dopo qualche passaparola, si aggiunge anche Peppe, amico di amici col sogno nel cassetto di andarci a vivere, nel paese del sol levante.

Facciamo tutto da soli, senza appoggiarci ad agenzie: internet offre ciò di cui c'è bisogno, dall'esperienza di chi è andato prima di noi alla possibilità di prenotare praticamente qualsiasi cosa (voli, hotel, ryokan)... Flaviano e Silvia (la sua ragazza) sono veri professionisti del viaggio (tanto è vero che gestiscono un sito internet a tema) e a loro vanno i miei ringraziamenti per essersi sobbarcati gran parte delle beghe fra prenotazioni, cambi, ecc.

Date per scontate le tappe di Tokyo, Nikko, Kyoto e Hiroshima, fin dall'inizio ho caldeggiato l'isola di Miyajima (di fronte a Hiroshima) e la deviazione verso la costa interna con successivo attraversamento delle alpi giapponesi (anche se non saprei dire il perché, non è che avessi una chiara idea di cosa andare a vedere, soltanto mi andava di spaziare il più possibile ed in questo con Flaviano siamo subito andati d'accordo); Per Silvia era irrinunciabile raggiungere il santuario di Metoiwa mentre Peppe, dal canto suo, non vedeva l'ora di vivere la Tokyo by night (quella intravista nel film Lost in traslation, come dice lui).

Abbiamo prenotato in anticipo gli alloggi di Kyoto e Tokyo (la prima e la penultima tappa), perché non volevamo rischiare di trovarci in difficoltà, essendo alta stagione (per via di una festa gli alloggi a Kyoto scarseggiavano); nel mezzo, però, ci siamo riservati tre notti all'avventura più l'ultima ad Osaka (prima di ripartire), da prenotare sul campo.

12 maggio

L'aereo rolla sulla pista... ma quanto ci mette? Sono così ansioso di cominciare a mordere questi 10000 km... neanche dovessi farli a piedi! I cinquecento già alle spalle, fra Falconara e Milano, non li ho neppure sentiti... ma forse è perché dormivo.

Do un'occhiata ai miei compagni di viaggio: Flaviano e Silvia, davanti a me, e Peppe, sul finestrino della fila a sinistra. Siamo stati fra gli ultimi a salire a bordo, dove ci ha accolto una folta e colorita umanità... al novanta per cento giapponesi che tornano a casa!

Dodici ore di volo: per molti un'eternità. Ma io ho il potere di spegnermi e cadere addormentato non appena tocco il sedile di un qualsiasi mezzo di trasporto, niente può spaventarmi!

Neppure il tempo di decollare, però, ed ho già il mio primo amico giapponese: tale Momisi (avrò capito bene?), che all'imbarco i miei compagni avevano indicato come probabile hip-hoppers...

Beh quasi: ha la coppola da siciliano e il piglio da no-global, ma viene fuori che è un musicista davvero! Insiste per farmi ascoltare le sue contaminazioni a base di bassi, bonghi, xilofoni e chissà che altro: viene dall'Africa nord occidentale dove le ha raccolte e rielaborate.

Annuisco con più entusiasmo del dovuto per non sembrare scortese e lui azzarda: “If you wanna buy...”

“What?”

“S'il vous voulez acheter...”

“Pardonnez-moi ma nous n'avons pas des appareils comme-ça en Italie...”

Sembra quasi sgonfiarsi... ma non è colpa mia se i suoi Sony mini-disk non sono diffusi da noi... no? La scusa regge: si mette il cappuccio e s'immerge in un silenzio mortificato.

Ma quanti bambini (giapponesi) ci sono su quest'aereo? Mi portano alla mente la mia splendida nipotina, a casa, che giusto ieri sera mi sorrideva per la prima volta, quasi a benedire questo viaggio.

Diventa tutto un dormiveglia tormentato (almeno per me), chiudo gli occhi, li riapro... si mangia (japan-style, ovvio)... chiudo gli occhi, li riapro siamo sugli Urali. Si balla un po', mi sa che c'è tempaccio. Qualcuno, forse agitato dai sobbalzi, ne molla una... credo che scopriremo presto chi è: a giudicare dall'odore non sopravviverà fino allo sbarco!

Chiudo gli occhi... li riapro... il monitor dice che siamo nello spazio aereo mongolo: la mente corre a elucubrare su vecchi piani di viaggio ancora nel cassetto... no, questa sarà un'altra avventura, per ora Yatta Nippon (Forza Giappone)!

13 maggio

Non siamo ancora scesi dall'aereo che gli amici giapponesi sono già due. Momisi sembra quasi aversene a male ma... chi se ne frega? Yuko è una bella signora rotondetta e dalla faccia simpatica; attacca bottone chiedendomi se siamo in vacanza e dove pensiamo di andare (lei è stata a trovare degli amici vicino Mantova e parla egregiamente italiano)... mi dice d'esser nata a Tokyo ma residente a Kyoto e ci suggerisce qualche luogo da visitare in questa che sarà la nostra prima tappa.

Finalmente sbarchiamo all'aeroporto Kansai di Osaka, quello famoso perché costruito su un'isola artificiale: qualcuno dice che un giorno sprofonderà nel mare, comunque, per fortuna, non è oggi!

È subito chiaro che siamo in un altro mondo... forse anche su un altro pianeta! Tutto è molto pulito e ordinato... e soprattutto preciso: l'arrivo dei bagagli (per la prima volta da quando viaggio la mia valigia è la prima ad arrivare fra quelle del mio gruppo!), le code per i controlli, gli orari dei treni... ogni cosa sembra funzionare a perfezione!

La ragazza che mi cambia il voucher del Japan Rail, attivando il prezioso abbonamento quindicinale col quale potrò scorrazzare sui treni di questo paese, ha un visino incantevole e parla in perfetto inglese (o almeno molto meglio del mio).

Arrivare a Kyoto è incredibilmente facile, raggiungere il nostro ryokan (locanda tipica in stile tradizionale giapponese, con muri di carta e futon, letto a pavimento) molto meno. Lo sapevamo già eppure non è bastato a mitigare l'impatto con questa prima bizzarria del popolo del sol levante: le vie cittadine non hanno nome (se non le più importanti), né numeri civici!

E ad attenderci, dopo mezzora di giri a vuoto, c'è la prima nota dolente: la nostra ospite è un vecchio sergente di ferro, e ferree (oltre che restrittive) sono le sue regole. Niente scarpe nel ryokan (ci possiamo stare, d'altronde il Japan-style era qualcosa che volevamo provare fin dall'inizio) e rientro entro le 23:00, altrimenti le porte vengono chiuse e tanti saluti (e no minchia! Ma come? Sono io che pago!)...

Mentre contrattiamo ecco emergere lo spettro di un'altra nota dolente che ci accompagnerà un po' per tutto il viaggio: la lingua. Se la nostra gli è sconosciuta, la loro è irrimediabilmente incomprensibile, perciò non resta che l'inglese. Si, ma come? La signora blatera un gramlot che a stento differisce da grugniti animali... però alla fine ci capiamo, perché i suoi occhi gelidi non lasciano scampo.

Così la trattativa si rivela infruttuosa: dalle sue regole la vecchia non recede. Il figlio (che scopriremo presto dotato di tutta l'umanità che manca alla madre) restando in disparte ci guarda come se ci compatisse... ma è a lui che dobbiamo solidarietà: fra quattro giorni, quando ce ne saremo andati, lui resterà qui a combattere con la belva!

Ad ogni modo, armati di buone scarpe e di (sia pur rimaneggiato) entusiasmo, ci mettiamo in marcia: le meraviglie del sole levante attendono solo di sorprenderci.

Ci muoviamo a spirale, allontanandoci progressivamente dal ryokan e familiarizzando col luogo e le possibilità di trasporto che ci offre. La prima meta è l'Higashi Hongan-ji, a cinque minuti di distanza, un tempio buddista costruito a seguito di uno scisma per volontà di Ieyasu Tokugawa, lo shogun che diede vita al feudalesimo giapponese relegando l'imperatore ad un potere puramente nominale. È sicuramente un monumento dalle dimensioni imponenti, ed essendo il primo che vediamo scatto foto a raffica... avrò poi modo di scoprire che non le merita tutte, perché c'è molto di meglio in giro!

Resto colpito da una grossa corda contenuta in una teca: l'etichetta dice che è composta interamente da capelli umani, i capelli che alcune donne cedettero volontariamente perché fossero usati per sollevare gli enormi tronchi durante l'edificazione del tempio... quando si dice la dedizione!

Subito dopo ci rechiamo al Nishi Hongan-ji, il tempio originale nel quale avvenne la scissione che originò l'Higashi... e scopriamo che anche questo fu fondato da Ieyasu Tokugawa... insomma, faceva tutto lui: se la suonava e se la cantava, e poi, quando non gli andava più, deponeva un imperatore o organizzava uno scisma e giù a costruire un altro tempio! Comunque, questo è più bello del precedente, anche se forse meno imponente.

Pranziamo alla stazione di Kyoto, viavai internazionale... e però resto sorpreso: i gestori e camerieri del ristorante, al nono piano della stazione, non parlano una parola d'inglese! Ordiniamo a gesti su menù privi di traslitterazione, e ci portano cose di cui probabilmente non scoprirò mai il nome (molto buone, a parte il gambo di cipolla che ancora mi causa incubi notturni)! Spendiamo 19 euri: grosso modo come da noi, mi viene da pensare, ma mi sbaglio. Questa resterà la cifra più alta pagata in quindici giorni con una sola eccezione, di cui racconterò.

Dopo pranzo, mentre scendiamo dalle scale mobili, c'imbattiamo in una fantastica orchestra che suona le musiche dei cartoni animati di quand'ero bambino... Star Blazers, Lupin III... e la gente applaude entusiasta: sono commosso!

Ma ora via, dobbiamo recarci dall'altra parte della città (ci vuole un po', a piedi), in cerca di qualcun altro di questi splendidi templi (a Kyoto ce ne sono più di 2000, avendo solo quattro giorni dobbiamo darci da fare!).

È la volta del Sanjusanjen-do (per comodità ribattezzato “San Giuseppe-do”), un tempio buddista dove ci attende l'impressionante vista di 1001 statue della dea Kannon dalle mille braccia. Cinquecento su un lato e cinquecento sull'altro, e nel mezzo una gigantesca e bellissima... purtroppo però non possiamo fare foto.

Appena fuori, colpito dallo spettacolo, mi cimento nella pratica di scrivere una preghiera ed annodarla a fiocco sul ramo di un albero o su apposite bacheche (un'usanza molto diffusa e suggestiva). Purtroppo il foglietto mi si spezza fra le mani e lo sconforto mi prende: avevo chiesto la pace nel mondo, che vorrà dire?

Siamo vicini al Maruyama-koen, un bel giardino citato dalla guida, per cui ci tuffiamo lì. Comincia ad esser tardi ed il giardino è prossimo alla chiusura, ma è meglio, perché possiamo ammirarcelo quasi da soli. Le foto non vengono un gran che (se non c'è luce diretta sono proprio negato), ma si sta molto bene ed è la sola cosa che conta!

Torniamo indietro sempre a piedi e ceniamo in un ristorante tipico (la stazione è una grande risorsa, coi suoi numerosi ristoranti, ma abbiamo fame di Giappone vero, stavolta!). L'impatto non è semplicissimo, anche qui l'inglese lo masticano male; non ci sono sedie, solo cuscini, perciò dobbiamo adattarci, però sushi e riso sono ottimi e alla fine pago 12 euri, quindi lo promuoviamo!

14 maggio

Ci andiamo domani o rimandiamo? Ce lo chiedevamo ieri sera prima di tornare in albergo... alla fine abbiamo deciso: visto che non siamo poi così stanchi possiamo andarci anche domani!

E così eccoci qua a Nara, la prima capitale della nazione. C'è voluta appena un'oretta di treno, il Japan Rail si rivela un prezioso alleato: alle barriere ci consente di evitare la coda e possiamo prendere ogni tipo di treno (ad esclusione del superveloce Nozomi, ma lo Shinkansen gli sta appena dietro!).

Vista la splendida giornata decidiamo di seguire il consiglio della guida e affittiamo le bici; la scena è buffissima: manchiamo inesorabilmente il negozio (e dire che è proprio appiccicato alla stazione!) e la signora che da dentro il centro informazioni ce l'aveva indicato ci corre appresso e ci guida di persona! Anziché insultarci come meriteremmo sorride, si scusa (gomen nasai) e ci ringrazia (arigatò gozaimas)... in Italia come sarebbe andata?!

È la prima volta che affitto una bici mentre sono in viaggio, un'esperienza da ripetere! D'improvviso ti senti un gradino sopra agli altri turisti: puoi andare dove vuoi più velocemente, con un senso di libertà e tranquillità inedito; Nara, poi, è quasi interamente pianeggiante e i pochi pendii sono facili. Nell'immenso parco di Nara-Koen si potrebbero passare ore a godersi la tranquillità o i magnifici, mansueti cerbiatti che si lasciano accarezzare, fotografare e nutrire a suon di biscotti. C'è una coppia di slavi (russi?) che passerà qui probabilmente tutta la giornata, visto che stanno fotografando lo stesso cervo da venti minuti!

Noi, invece, solo un paio di coccole, due scatti anche con una comitiva di bimbi giapponesi in posa da Power-ranger e via di corsa: c'è troppo da vedere!

Il tempio del Kofuku-ji, all'ingresso del parco, non ci ha impressionati granché, a parte la pagoda a cinque piani che sembra sia la più alta del Giappone; magari sarà perché in gran parte è in restauro. Proseguiamo per il Todai-ji, ed è tutta un'altra storia: un portale sorvegliato da due guardiani Niō dall'aria arcigna (dicono siano le statue più belle del mondo nel loro genere) consente di accedere all'edificio gigantesco e solenne che ospita l'enorme statua Daibutsu, un Buddha di bronzo seduto sul loto della saggezza. Dietro la statua c'è una colonna con un foro alla base: si dice che il foro abbia le stesse dimensioni di una narice del Buddha e chi riesce a passarci attraverso potrà illuminarsi (cioè raggiungere lo stato di consapevolezza mistica tipico dei grandi santoni orientali). Ovviamente solo i bambini, viste le misure ridotte del passaggio, si cimentano... ma noi, possiamo forse tirarci indietro?

In tre (io, Flaviano e Silvia), ci facciamo avanti sprezzando il pericolo, ma l'impresa è decisamente impressionante. Si rischia effettivamente di restare bloccati, se non si comincia nel modo giusto, ed anche in questo caso, una volta che la testa è oltre, si ha la sensazione di essere incastrati, senza appigli coi quali tirarsi fuori. La guida racconta che non sono infrequenti gli interventi dei pompieri per disincastrare qualche turista maldestro, ma noi siamo troppo tignosi e alla fine ce la facciamo tutti senza aiuti: forse non ci illumineremo ma almeno abbiamo fatto sorridere tutti i giapponesi che applaudivano entusiasti!

Molte foto, qualche souvenir e siamo di nuovo in bici. Minchia quanto picchia il sole! Vista la fluorescenza emanata dalla capa rasata sono costretto a mettermi in cerca di un copricapo col quale risparmiarmi l'insolazione (per la scottatura è già tardi). Apparentemente non c'è scampo: vendono solo ombrellini poco pratici da usare in bici, ma non demordo e do sfogo alla mia creatività, così mi compro una bandiera col sole rosso raggiato e la sistemo a mo' di bandana: proprio un bel tamarro!

Raggiungiamo il Nigatsu-do, dal quale godiamo una splendida vista dell'intera Nara (è in posizione sopraelevata ma arrivarci è facile), quindi ripartiamo in cerca di un posto per mangiare. Dopo un paio di buchi nell'acqua troviamo un bel posticino immerso nel verde del parco, non ci sono turisti e non parlano quasi una parola d'inglese, ma il menù è comprensibile ed il cibo ottimo (e soprattuto economico!).

Ripartiamo felici verso il Kasuga Taisha, un santuario shintoista il cui ingresso è costellato da centinaia di lanterne. Anche all'interno ce ne sono tantissime (circa tremila in totale) e se fossero accese sarebbe uno spettacolo magnifico, ma avviene solo due volte l'anno, e ovviamente non oggi...

Ci avviciniamo al Naramachi, un quartiere denso di attrattive, tutte veloci da vedere, ma noi decidiamo di mancarle quasi tutte, affascinati semplicemente dal trovarci a girare in questi luoghi così strani e piacevoli. Molte case hanno i caratteristici tetti curvi e sono quasi tutte piccolissime, così come strette sono le strade; ci sono fiori e piante ovunque, curatissimi come tutto il resto. Niente sporco, niente immondizia, macchine che vanno a quaranta all'ora (anche queste piccolissime) e si fermano venti metri prima, se ti vedono sulle strisce...

Passiamo davanti al Gango-ji ma non entriamo (siamo sazi di templi, e questo non ci impressiona).

Un gelato in un bar e poi torniamo a Kyoto soddisfatti, ma ci attende un mezzo inferno. Decidiamo di fare una passeggiata sul sentiero dei filosofi, tratti in inganno dalla guida che dice che ci sono locali dove mangiare... invece facciamo tardi e troviamo tutto chiuso. Alla fine, disperati, prendiamo l'autobus e torniamo verso la stazione ma anche qui sono quasi tutti chiusi o stanno chiudendo e, a dispetto della cerimoniosa gentilezza ostentata in continuazione, non hanno pietà per dei poveri turisti affamati, così finiamo a mangiarci un panino da Starbuck... non me lo perdonerò mai!

15 maggio

Entusiasti dell'esperienza di Nara decidiamo di prendere anche oggi le bici, non c'importa se a Kyoto c'è qualche salita in più! Però ci accorgiamo presto che è tutta un'altra storia: anzitutto le bici costano di più e poi le distanze sono più lunghe ed il traffico decisamente più intenso! Tra l'altro la giornata parte già tribolata: mi accorgo di non avere con me la macchina fotografica perciò torno in albergo e metto a soqquadro stanza e valigia, ma non la trovo... colto da un lampo torno da Starbuck, dove abbiamo cenato ieri sera, e per fortuna la macchina è là! Un paio di domande per dimostrare che ne sono il proprietario e posso andarmene sensibilmente sollevato: mi è andata proprio di lusso!

Ci precipitiamo al Giardino Imperiale: oggi c'è l'Aoi Matsuri (la festa Malvarosa), una festa tradizionale nella quale si esibisce il lungo corteo imperiale. C'è gente da ogni parte del Giappone a vederlo e noi siamo già in ritardo...

Ma il posto è affollato ed il corteo si rivela troppo lungo e frammentato... non ci appassiona affatto, così fuggiamo via. Raggiungiamo il Kinkaku-ji, meglio noto come Padiglione d'Oro, in origine una villa poi tramutata in tempio alla morte di Yoshimitsu Ashikaga, lo shogun che la fece costruire. Dentro non si può entrare ma visto da fuori è una meraviglia: dicono che la vernice contenga oro per davvero, ed è posto su un isolotto in mezzo ad un laghetto, al centro di un magnifico giardino.

Ripartiamo alla volta del Ryoan-ji, un tempio che ospita un giardino zen di sabbia e pietre impeccabilmente curato. C'è una bella tranquillità a dispetto della folla, anche se la struttura in sé non è impressionante.

Altra storia è invece il castello Nijo, maestoso già dal kara-mon, il gigantesco e sfarzoso portale. Fondato da Ieyasu Tokugawa (ancora lui!), è famoso per i suoi pavimenti a “usignolo”, cioè fatti in modo da cigolare e scricchiolare anche sotto un passo leggero, cosicché i samurai a guardia dello shogun non potessero esser colti di sorpresa. Anche il giardino a corredo non è male.

La tappa successiva è il Ginkaku-ji, il Padiglione d'Argento, villa dello shogun Yoshimasa Ashikaga, mutato in tempio dopo la sua morte. Stavolta la guida ammette la menzogna: nelle intenzioni doveva essere dipinto davvero con l'argento ma poi non è mai stato fatto, anche se il nome è rimasto. La cosa più strana sono gli enormi e curatissimi coni di sabbia fatti dai monaci: che pazienza che ce vò!

Ci concediamo una passeggiata rilassante al Tetsugaku-no-Michi, il sentiero della filosofia (che tanta tribolazione ci ha causato ieri sera), bordato di alberi di ciliegio; purtroppo sono già sfioriti, altrimenti avrebbero costituito un bello spettacolo... però è comunque gradevole passeggiare in questa zona tranquilla ed appartata di Kyoto, specie perché stavolta non siamo in cerca di ristoranti!

Raggiungiamo il bel Kyomizu-dera dove ci abbeveriamo alle sacre cascate dalle acque (dicono) miracolose. Sanno un po' di cloro ma lo scenario è suggestivo. La guida lamenta che fuori sia pieno di bancarelle e negozietti di ogni genere di sciocchezze ma ad esser sinceri a noi non dispiace un po' di profano, dopo un'intensa giornata di visite a luoghi sacri!

Tanto è vero che puntiamo dritti al Ponto-cho, un quartiere tradizionale di locali notturni, con le case in legno e lanterne alle porte. Purtroppo non riusciamo ad incontrare neppure una geisha (dicono che sia facile vederle, da queste parti), ma in compenso ci imbattiamo nei famosi alberghi ad ore e nei vari locali vietati ai minori. Noi non siamo però in cerca di trasgressione, o per lo meno ci accontentiamo di quella offerta da un bel gelato alla frutta!

16 maggio

Un'altra giornata da record: visitiamo il gigantesco e bellissimo Nanzen-ji, un tempio che ieri sera avevamo trovato già chiuso. Su un lato, dietro il più piccolo Nanzen-in c'è anche un acquedotto che parrebbe essere romano (e invece è giapponese pure questo), e ancor più dietro un piccolo cimitero shintoista. Uscendo l'attenzione viene catturata da dei cori: ci sono alcuni monaci che fanno le prove di canto!

Anche il Chion-in merita decisamente una visita: il san-mon - il portale d'ingresso dei templi buddisti - è il più grande del Giappone, così come pure la campana che si trova leggermente più in alto rispetto alla struttura principale, dopo aver salito una scalinata ripida e gigantesca: tutto decisamente impressionante! Il pavimento del tempio è del tipo a “usignolo” e siamo abbastanza fortunati da poter assistere ad un pezzetto di una cerimonia shintoista (il prete picchia a ritmo i legnetti producendo quel suono caratteristico che si sente nei film o nei cartoni!)

Venendo via attraversiamo il Nishiki market, mercato tipico giapponese pieno di cose di cui non scopriremo mai il nome; ci fermiamo per pranzo in un bel localino zeppo di giapponesi dove, manco a dirlo, l'inglese lo masticano male (e infatti non c'è ombra di turisti a parte noi). Ormai non è più un problema così, a gesti e sorrisi, finiamo per mangiare benissimo e alla cifra di 4,85 €!

Nel pomeriggio prendiamo il treno e andiamo ad Hikone una località sul lago Biwa-ko, il più grande del Giappone. La guida dice che la vista dal torrione è memorabile ma, sarà per via del tempo uggioso, mi sento di smentirla. Il castello non mi pare granché meglio il colpo d'occhio da lontano che l'interno) mentre il giardino che si trova sull'altro lato rispetto al lago vale una visita. La cosa più divertente è la buffissima mascotte scelta per festeggiare il quattrocentenario della struttura: si tratta di una specie di gattone bianco con un elmo da samurai (è un pupazzo tipo Gabibbo ma molto più carino e decisamente più simpatico)!

Al ritorno Flaviano e Silvia non sono ancora paghi e si dirigono al tempio shintoista di Fushimi Inari (è qui che si riconosce il viaggiatore professionista), dedicato agli dei del riso e del sakè, costellato di torii (l'ingresso dei templi shintoisti, costituito da due colonne ed una trave arcuata in cima) e volpi di pietra. Io e Peppe invece andiamo a cercare un albergo per domani a Hiroshima (comincia il periodo di avventura, senza prenotazioni né piani precisi). Ci mettiamo più di un'ora, la povera disgraziata dell'agenzia non capisce una minchia d'inglese (eppure è giovanissima!) e le colleghe non sembrano nemmeno accorgersi delle sue ambasce...

Stanchi, ce ne saliamo sulla torre di Kyoto ed assistiamo al tramonto su questa splendida città.

17 maggio

La notte è stata travagliata, un po' per via della pioggia incessante, un po' per qualcos'altro... ma forse è solo suggestione, e comunque stamattina c'è il sole.

Continuo a ripetermelo anche a bordo dello Shinkansen per Hiroshima (che anche stavolta, come tutti i treni di questo paese, spacca il secondo), dopotutto non nutro poi grandi aspettative... non so bene neppure cosa andare a vedere, a parte il museo della bomba...

Anzitutto la città: mi aspettavo quasi un luogo fantasma e invece mi sorprende già mentre andiamo a lasciare le valige all'hotel: Hiroshima è una città viva, vitale e a tratti anche frenetica.

Prendiamo il tram e raggiungiamo il quartiere del fiume con il Peace Memorial Park; di lontano si intravede il Gembaku Dōmu (A-bomb Dome), l'edificio a cupola su cui la bomba è esplosa... e già comincio a sentire un'altra aria. Raggiungiamo il Peace Memorial Museum: il biglietto costa 50 ¥, 30 centesimi. Vogliono che la gente vada. Ed è molto importante andare.

È difficile parlare di questi luoghi, di questa città senza cadere nella retorica; ma al di là di quel che si può leggere o che si può vedere in un documentario, essere lì di persona non ti permette di mantenerti distaccato, di far finta di niente. In qualche modo sei coinvolto, persino partecipe, anche se forse non è possibile neppure immaginare che cosa abbiano provato i disgraziati di quegli infausti giorni.

L'angoscia cresce inesorabilmente ad ogni teca: io non ero nato, al tempo in qui tutto questo è accaduto, eppure, uscendo dal museo, ho realizzato di sentirmi in qualche modo ferito.

Per fortuna partiamo in fretta per Miyajima: è la medicina giusta. È un luogo d'incantata bellezza, poetico e ristoratore. Cent'anni fa non la si poteva visitare, era un'isola sacra accessibile soltanto ai monaci shintoisti che gestivano i templi; è l'ideale per risollevare il morale senza avere la sensazione di essere irrispettosi. Arrivando in traghetto si può ammirare il maestoso Torii Galleggiante: noi lo vediamo con la bassa marea, e dunque c'è la sabbia e ci sono persone sotto a farsi le foto. Quando la marea sale il basamento viene sommerso e i monaci ci passano attraverso in barca per propiziare le loro cerimonie.

Mangiamo delle magnifiche ostriche (alla faccia delle radiazioni, Hiroshima e i suoi dintorni sono famosi per questi molluschi) e poi saliamo in funivia fino al punto di partenza dei percorsi a piedi. Millantano la presenza di scimmie ma nonostante le abbiamo cercate accanitamente non ne abbiamo vista nemmeno una. Nella salita fin sulla cima dell'isola incontriamo un piccolo santuario con dentro una pentola: la leggenda racconta che fu usata da un famoso santo shintoista e, da allora, è stata mantenuta costantemente in ebollizione per più di mille anni!

Numerose nubi sottili arrivano a velare il sole che finora picchiava potente; siamo quasi in vetta ed il panorama è decisamente mozzafiato, così come l'atmosfera, arricchita da una sorta di enfasi mistica di cui questo luogo è pregno...

A diecimila chilometri da casa, rapiti da sensazioni così intense... chi incontriamo? Un tizio di Ancona e la sua ragazza pugliese che ci chiedono di scattargli una foto! Ci siamo solo noi e loro! Non sono molti i turisti italiani da queste parti ma evidentemente li hanno disposti in luoghi strategici!

Torniamo ad Hiroshima per darci una rinfrescata e qui il gruppo si divide: Flaviano e Silvia finiranno per tornare a Miyajima per vedere il torii anche con l'acqua alta, io e Peppe invece esploreremo l'Hiroshima by night, scoprendo che offre ben più di quanto ci aspettassimo. Mangiamo l'Okonomiyaki, una specie di frittata di spaghetti, uova, verdure e chissà che altro; qui facciamo amicizia con un tizio olandese di mezza età che viaggia da solo a seimila miglia da casa (è qui perché ha la nostra stessa guida, la Lonely Planet, che segnala il locale): siamo noi, lui e una decina di giapponesi al secondo piano di un grattacielo modernissimo che però somiglia ad un mercato di strada, davanti ad una partita di baseball in tv... che forza!

Rifocillati a dovere decidiamo di tornare al parco. Ci facciamo una passeggiata sul lungofiume, dove siamo partecipi di una meravigliosa atmosfera malinconica. Ci sediamo per ascoltare la voce angelica di una ragazza che canta sulle note dei suoi amici con la chitarra... peccato non poter capire cosa stia cantando in giapponese, perché è davvero bravissima. Mi piglia la tristezza: il dome, illuminato nella notte, è sull'altro lato del fiume ed è splendido nella sua tragicità. Avrò memoria per sempre di questo momento, e forse è anche un bene che abbia dimenticato la macchina fotografica in albergo, così sbiadirà nella mia mente facendosi sempre più bello.

Ce ne andiamo commossi dopo una visita fugace al Children's Peace Memorial, il monumento dedicato alla piccola Sadako, morta di leucemia. Dobbiamo emergere da tutta questa malinconia, così cerchiamo qualche locale dove distrarci.

In un bar facciamo la conoscenza di Eddye Finozzi, un brasiliano di origini italiane (i suoi nonni erano di Rovigo) che ha studiato inglese a Cambridge ed ora lo insegna da tre anni in Giappone, prima a Tokyo e poi a Hiroshima: quando si dice un cittadino del mondo! Chiacchieriamo un po' (giusto il tempo di renderci conto che lui e il suo amico giapponese sono entrambi gay) e poi andiamo insieme in un altro locale (lo Shack), dove ci dice che potremo facilmente “acchiappare” qualche fanciulla nipponica: vanno pazze per i gaijin (stranieri) italiani!

Ma la serata dev'essere fiacca (è solo giovedì), perché c'è poca gente e ancor meno movimento... e finiamo per fare la conoscenza di un altro tipo strano, tale Louis Freeman III, un nero di Washington D.C., residente da sette anni in Giappone, che ha tutta l'aria di essere un pappa... ma è meglio non dare giudizi affrettati. Ci facciamo due tiri al biliardo con regole grosso modo inventate sul momento e ad ogni istante la sensazione iniziale si rafforza: se quella di pappone non è la sua professione, di sicuro è un hobby bene avviato! Ma è simpatico e passiamo una serata divertente. Ce ne torniamo all'albergo con un taxi che becca tutti i sensi vietati possibili e immaginabili... di notte questi giapponesi sempre precisi e ligi alle regole si tolgono la maschera e diventano Mr. Hide!

Che città Hiroshima. Il sacro e il profano... il dolore e l'allegria... un giorno è poco, mi piacerebbe restare ancora.

18 maggio

Questo è il secondo giorno all'avventura: dove dormiremo stanotte? Non lo sappiamo ancora, forse a Kanazawa, forse a Takayama, se ce la facciamo. Intanto prendiamo il treno per Himeji, considerato unanimemente il più straordinario castello giapponese ancora esistente. Visto da fuori è sicuramente uno spettacolo (coi ciliegi in fiore sarebbe meglio), ma dentro è un pochino spoglio (solo un paio d'armature e qualche moschetto). Saltiamo il giardino e, presa la prima cosa che capita ad un take-away, ripartiamo alla volta di Kanazawa.

Purtroppo a questa città dedichiamo troppo poco tempo; visitiamo soltanto il Myoryu-ji, meglio noto come Ninjadera, anche se a dire il vero non ha niente a che fare con i ninja. È un edificio davvero spettacolare, concepito come luogo di difesa da attacchi nemici e pertanto pieno di passaggi segreti, trappole e meccanismi davvero ingegnosi! Abbiamo solo uno striminzito depliant in inglese, col quale ci accodiamo alla guida (che parla solo Giapponese). È uno spettacolo nello spettacolo: lei sciorina frasi incomprensibili mostrando i meccanismi del tempietto e i suoi ospiti giapponesi sorridno o si stupiscono... e noi non possiamo fare altro che immaginare che accidenti abbia detto e sforzarci di evitare di ridere, visto che il suo modo di parlare ci pare molto buffo.

Ansiosi di trasferirci a Takayama decidiamo di rinunciare a visitare il Kenroku-en, ma si tratta di un errore perché gli stessi giapponesi lo considerano uno dei tre giardini più belli del loro paese.

Però, a dirla tutta, viviamo comunque un'avventura! Raggiungere Takayama è infatti un evento di per sé: viaggiamo su linee davvero poco battute dai turisti, via treno ed autobus su stradine di montagna, e siamo i soli! Un treno di tre vagoni ed un pullman tutti per noi, con tanto d'autista in guanti bianchi... e nel mezzo nessuno che biascichi l'inglese, un vero spettacolo!

Arriviamo a Takayama alle dieci di sera, ma siamo ancora in tempo per sederci in un ristorante ed assaggiare la famosa carne di Hida (la regione in cui siamo), di cui la guida conta meraviglie!

La piastra è incastonata nel tavolo e ci servono vassoi di verdure e carne che dobbiamo cuocerci da soli condendoli con una non meglio identificata (ma saporitissima) salsa... anche qui nessuno parla inglese e l'esperienza è memorabile anche per questo: Kanazawa meritava qualche ora in più, forse anche un'intera giornata, ma siamo ugualmente felici di essere qui!

19 maggio

Come Hiroshima e Kanazawa, anche Takayama si rivela più piacevole di quanto previsto. Affittiamo di nuovo le bici (a dispetto del fatto che siamo in piena montagna) e ci rechiamo a Hida-no-sato, la perfetta ricostruzione di un villaggio medievale. Minaccia pioggia e Peppe (che non ha un kee-way) se ne torna indietro, mentre noi la sfidiamo (smette poco dopo) e ci rechiamo alle antiche case dei mercanti.

C'è un bel fermento in giro, le vie del Takayama-Jinya-mae sono incantevoli e gremite di gente, anche perché, scopriamo, oggi ci dev'essere una qualche festa; in mezzo al mercato troviamo un gruppo in costume che suona i tamburi... sono buffissimi, ricordano personaggi e situazioni intraviste nei cartoni animati!

Ci rimettiamo in viaggio alla volta di Nagoya, dove il gruppo si dividerà: Peppe ne ha abbastanza di avventure, corse e scomodità, così se ne andrà a Tokyo con un giorno di anticipo (fidiamo che di lui possa avere cura la sua amica di chat giapponese, Rie); io, Flaviano e Silvia, invece, raggiungeremo la penisola di Ise senza ancora sapere dove dormiremo stanotte.

Il viaggio verso Ise si rivela una mezza disavventura: il nostro obiettivo sono le Meotoiwa (le rocce sposate) ma facciamo male i conti. Abbiamo dietro le nostre valigie e non riusciamo a trovare un posto dove lasciarle, perché ad Ise i coin-locker chiudono alle cinque e dopo bisogna aspettare il giorno successivo per riprendere i bagagli! Finiamo per portarceli dietro per tutto il tragitto e ad ogni passo se ne va' un po' di buonumore... però ad Ise imbecchiamo una manifestazione caratteristica che somiglia vagamente ad un palio (sono tutti vestiti con costumi tipici e ci sono due carri trainati a forza che formano una specie di processione... a quanto pare è festa anche qui). Lo spettacolo offerto a Futami dal santuario delle rocce sposate, in ogni caso, vale davvero tutto lo scomodo: sono due scogli non lontani dalla costa legati da una shimenawa, sacra fune, il tutto circondato da numerosi rospi di pietra... un paesaggio molto suggestivo.

Mi piace molto l'approccio shintoista alla vita e alla spiritualità: è una religione animista, capace di vedere Dio in qualsiasi cosa, un albero come una montagna. La loro elasticità fa si che siano quasi sempre al di fuori dalle lotte religiose e lontani da pericolosi estremismi, cosa rara di questi tempi.

Stanchi ma soddisfatti ci accingiamo ad andare... dove? Dove dormiremo stanotte? All'inizio speravamo di poter raggiungere Hakone, per essere domani in posizione ottimale per raggiungere il Fuji, ma ormai è chiaro che è impossibile (troppo tardi), così non resta che puntare su Nagoya...

Ci sentiamo un po' scornati ma non ce n'è ragione, lo scopriremo fra un po'!

Prenotiamo al volo in un vero ryokan (quello di Kyoto era un mezzo falso: aveva il bagno e le pareti all'occidentale), gestito da un tizio che sembra uscito da un cartone animato! Cicciottello, sudaticcio e agitato, risulta troppo simpatico! Anche lui parla quel gramlot difficilmente intelligibile, ma ci spiega addirittura chi è quello strano gatto che agita la zampa che continuiamo a vedere quasi dovunque nei negozi: trattasi di Maneki-Neko, il gatto che attira i clienti!

Ce ne usciamo per cena e becchiamo un locale tipico... manco a dirlo, anche qui nessuno spiccica una parola d'inglese. Ci accoglie Pippi Calzelunghe, o meglio, la sua controfigura giapponese. Una ragazzina simpaticissima che non capisce niente di quel che gli chiediamo. I menù hanno anche i numeri scritti in ideogrammi, così ordiniamo a gesti quel che vediamo sul bancone... ed è tutto buonissimo! Sono spiedini di pollo (credo), la specialità della zona. Passiamo una serata allegra, con i gestori di questo bel posto (e dire che la posizione, lungo una gigantesca strada a sei corsie, non ci ispirava per niente!), e l'ultima punta comica è quando presentiamo la carta di credito: Pippi scappa via ridendo perché non ha idea di cosa farci!

20 maggio

Stamattina c'è un dilemma da fugare durante il viaggio. Saliamo sullo Shinkansen in direzione nord: se il Fuji si mostrerà benevolo scenderemo a Odawara e cercheremo di avvicinarci, sennò proseguiremo per Kamakura e i suoi templi.

Purtroppo il Fuji fa il timido e si copre subito di nuvole, perciò, puntiamo su Kamakura. Affittiamo le bici (sarà l'ultima volta e ci tocca un vecchiaccio scorbutico...) con le quali raggiungiamo il magnifico Daibutsu (il Grande Buddha). È un po' più piccolo di quello visto a Nara (dal quale sembra che abbia tratto l'ispirazione), però fa un effetto migliore, perché è all'aperto, sotto il sole.

La tappa successiva è l'Hase-dera, un tempio circondato da uno splendido giardino in cui troviamo molte statue del Jizō, il santo protettore dei viaggiatori e delle anime dei bambini defunti, e di Kannon dalle undici facce.

Kamakura è sulla costa, così ci concediamo anche un passaggio radente in riva al mare... è pieno di gente ma non ci son chalet: chi ha l'ombrellone se l'è portato da casa, e la spiaggia è di tutti e per tutti.

Passiamo dall'Hachiman-gu, dedicato ad Hachiman, la dea della guerra, e per l'Hokoku-ji, dove possiamo passeggiare in mezzo ad altissimi bambù.

Riprendiamo il treno alla volta di Tokyo, dove raggiungeremo Peppe... ma in albergo non c'è, chissà dove sarà finito. Ce ne andiamo a cenare vicino alla stazione, in un piccolissimo localino che in pratica è uno stretto corridoio. Alla fine scopriamo che la padrona è cinese e non giapponese, comunque mangiamo benissimo (spiedini ed una strana brodaglia), quindi ce ne torniamo a piedi in albergo... e finalmente Peppe è là, dopo essersi fatto un'intensa giornata di shopping!

21 maggio

Oggi è la volta del Fuji: volente o nolente, che faccia il timido o no, ci recheremo alle sue pendici! Raggiungiamo Odawara con la Japan Rail ma poi ci tocca fare un biglietto con la Odakyu, un'altra compagnia, perché la prima non arriva fino ad Hakone.

Il periodo non è dei migliori per visitare il Fuji: è ancora pesantemente innevato, così non si può tentare la camminata fino alla vetta (a meno di non essere esperti), inoltre, standoci sopra, non si può godere pienamente della vista, è per questo che le guide consigliano due itinerari alternativi. Anziché salire, quindi, decidiamo di fare un percorso nella zona di Hakone-Yumoto che ci consentirà di osservarlo un po' più da lontano, offrendoci l'occasione di visitare anche altre attrattive.

Saliamo in treno fino a Gora, quindi in funivia fino a Soun-zan, dove ci sono delle famose sorgenti sulfuree. La puzza è proprio rivoltante ma per fortuna ci si fa il callo in fretta. Ci sono dei buffi omini che si cimentano nella cottura delle uova nelle solfatare: la caratteristica è che i gusci diventano completamente neri e fanno un po' impressione. Sei uova costano 500 ¥ (circa 3 €), così le assaggiamo. Al di là del guscio nero e della puzza del luogo, però, sanno soltanto di uova sode! In lontananza si vede il Fuji: finalmente riusciamo a fargli un paio di foto come si deve, ma continua a fare il timido e poco dopo si vela di nubi... pazienza, ormai l'abbiamo fregato!

Prendiamo l'autobus alla volta di Togendai, dove c'imbarchiamo sul più kitsch dei battelli per attraversare il lago. Ha la forma di un galeone pirata, corredato anche da statue di plastica del capitano e di alcuni marinai... c'entra come i cavoli a merenda, in questa splendida oasi naturale, ma alla fine è comunque divertente salirci su.

Tornati ad Hakone, prima di pasteggiare insisto per provare l'onsen, il bagno termale giapponese; gli altri sono un po' restii al pensiero che bisogna essere completamente ignudi fra altri sconosciuti, ma io non cedo: l'ho visto troppe volte nei cartoni per tirarmi indietro, quando mi ricapita?

Alla fine (sarà perché al momento ci siamo solo noi?) si convincono anche loro e mi accompagnano al Kappa Tengoku, l'onsen più vicino, dove ci immergiamo in una sorta di brodaglia bollente, non senza scattare qualche foto a testimonianza.

Dopo il bagno (anche troppo) rilassante, abbiamo le gambe di gelatina, perciò ce ne andiamo a pranzare (e sono già le tre di pomeriggio) in un ristorante gestito da un'anziana signora, quindi ripartiamo in treno alla volta di Tokyo.

Flaviano e Silvia scendono al quartiere di Shibuya, vicino a Shinjuku e al nostro hotel, io e Peppe invece torniamo direttamente in albergo, a strigliarci in vista della mia prima notte brava (?!) a Tokyo!

22 maggio

Siamo a Tokyo già da due notti ma anche oggi scapperemo altrove; andremo infatti a Nikko, considerata una delle tappe imprescindibili del nostro viaggio. Se ieri Peppe ci ha accompagnati sul Fuji, oggi non sembra interessato alla meta, perciò se ne resta a dormire beato. Per certi versi, almeno durante la prima ora, un po' lo invidio: scopriamo infatti che per il treno che abbiamo preso ci vuole la prenotazione e ovviamente noi non ce l'abbiamo...

Ci sediamo come barboni fra gli scompartimenti, in attesa di un controllore che rimetta i nostri peccati... ad un certo punto cominciamo quasi a credere di poterla fare franca, ma non è così, però è meglio, visto che almeno dopo aver pagato il giusto ci possiamo anche sedere comodamente!

Scesi dal treno facciamo visita al centro informazioni: la signora parla benissimo l'inglese, la qual cosa dovrebbe già metterci in allarme su quanti turisti ci sono qui...

Con l'autobus raggiungiamo il ponte Shin-Kyo, una graziosa struttura in legno dipinta di rosso: la leggenda narra che il monaco Shōdō Shonin, fondatore del primo eremo di Nikko, abbia attraversato il fiume proprio in questo punto sul dorso di due serpenti (draghi)...

Sull'altro lato, infatti, ci attende una maestosa statua che lo ritrae proprio in piedi sulle bestie, davvero notevole.

La prima visita è per il Rinno-ji, uno tempio buddhista che ospita tre splendide statue di Buddha, Kannon dalle mille braccia e Batō, dea Kannon degli animali. La tappa successiva, invece, è il Tosho-gu, considerato il tempio più straordinario dell'intero complesso.

Vi si accede attraverso un gigantesco torii di pietra, sulla cui sinistra si trova una pagoda a cinque piani che si dice essere priva di fondamenta: all'interno ospita un gigantesco palo legato a una struttura basculante, capace di compensare le eventuali scosse sismiche.

Un altro portale, sorvegliato da due statue, ci conduce nel cuore del complesso: ci sono tre splendidi edifici rossi molto elaborati, credevo fossero sale del tempio ed invece sono soltanto i magazzini! Uno di questi presenta un rilievo che riproduce degli elefanti: la particolarità è che chi li ha scolpiti non ne aveva mai visto uno dal vivo... e si vede, aggiungerei!

La  Shinkyūsha (sacra stalla) è un edificio molto più semplice; al suo interno la guida sostiene sia contenuta la statua di uno splendido destriero bianco, invece, almeno per oggi, il cavallo è vero! In cima alla stalla c'è un rilievo che ha fatto il giro del mondo: le tre scimmiette nella posa “non vedo, non sento e non parlo”... ecco da dove vengono! Possiamo noi esimerci dal farci ritrarre in una posa identica proprio sotto di loro?

Oltre la stalla c'è una fonte di granito per la purificazione e, ancora oltre, una biblioteca contenente 7000 fra volumi e pergamene sacre... ma non possiamo accedere, è chiusa ai turisti. Una scalinata ci porta sul livello superiore, dove a destra abbiamo la torre della campana e a sinistra quella del tamburo, entrambe magnificamente elaborate. C'è anche l'Honji-do, un salone con il soffitto decorato da un gigantesco drago; un monaco picchia i legnetti illustrando le diverse eco che ci sono al suo interno: sotto il drago l'eco si prolunga e si acuisce, facendosi più graffiante, i monaci dicono che sia il ruggito del drago!

Non lontano c'è poi lo Yōmei-mon, una cancellata davvero maestosa, elaborata con intarsi che riproducono animali e bestie fantastiche (draghi, per lo più), talmente perfetta che si dice che i costruttori commisero volontariamente un errore, ribaltando una delle colonne, per evitare che gli dei si adirassero!

Sulla trave portante del Sakashita-mon (portale d'accesso alla via che conduce sulla sommità della collina), si trova il Nemuri-Neko (il gatto che dorme), una scultura in legno famosa in tutto il Giappone per il suo realismo...

Puoi evitarti dieci minuti di coda per vedere la statua di un comune gatto domestico? Sono davvero fantastici, questi giapponesi!

La via oltre il Sakashita-mon si inerpica sul fianco della collina attraverso il bosco; sulla sommità, in un edificio piuttosto spartano, c'è la tomba di... Ieyasu Tokugawa, proprio lui! Ma come? Con tutto quel che ha combinato in vita, si è contentato di un luogo ameno ma dimesso come questo?

Comunque il Tosho-gu è davvero il complesso più spettacolare che abbia visto in tutto il Giappone: peccato solo che sia subissato di turisti (per la stragrande maggioranza scolaresche giapponesi); ci saranno migliaia di persone, a spasso per Nikko, e pensare che si tratta di un martedì lavorativo!

Il Tempio Futarasan-jinja (fondato anche questo da Shōdō), è essenzialmente una copia in scala ridotta del Tosho-gu, ma merita una visita per la sua splendida posizione all'interno di un boschetto. Un po' stanchi di arrancare fra la folla, decidiamo di seguire il consiglio della guida e intraprendiamo la passeggiata della Gamman-ga-Fuchi Abyss, un sentiero sul lungo fiume costellato da numerosissime statue del jizu, il santo protettore dei bambini defunti e dei viaggiatori; decisamente molto suggestivo e rilassante.

Dopo un buon gelato, consideriamo conclusa la visita in questa splendida località e ce ne torniamo a Tokyo; scendiamo ad Akihabara, il quartiere dell'elettronica, in cerca di un po' di sana e profana tecnologia (nello specifico una macchina fotografica) per bilanciare tutto il sacro ammirato durante la giornata!

23 maggio

Questo sarà il primo di tre giorni da trascorrere interamente a Tokyo. Quanto visto finora, sinceramente non mi fa ben sperare, Tokyo non sembra essere la città per me: non ci sono templi o monumenti degni di nota (è stata rasa praticamente al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale e nella ricostruzione si è pensato più alla modernità che alla memoria), non c'è quasi folklore (per lo meno non del tipo tradizionale), non ci sono giardini di rilievo... ma mi armo comunque di ottimismo e con Flaviano e Silvia partiamo alla volta del Senso-ji, l'unico tempio che secondo la guida valga una visita. Purtroppo rivaleggia con il Tosho-gu di Nikko soltanto per il numero impressionante di turisti, che però sembrano più interessati alle innumerevoli bancarelle dei mercanti appena fuori che alla struttura...

Anche il Giardino Imperiale non m'impressiona granché: l'unico aspetto degno di nota è il contrasto del verde con i grattacieli ultramoderni sullo sfondo...

È ormai quasi l'una, così lascio Flaviano e Silvia per andare ad incontrare Peppe: oggi, finalmente, conoscerò Rie, che ci guiderà al Museo della Spada!

Rie è il prototipo della ragazza giapponese... ma di altri tempi! Ha uno sguardo placido e sereno, tipico di molte delle statue del Buddha che abbiamo incontrato finora... trasmette anche un senso di tranquillità e stabilità, forse per via della struttura robusta e compatta, tanto da riuscire a calmare anche Peppe che invece sprizza energia da tutti i pori!

È di poche parole ma precise, parla perfettamente inglese (ha studiato a Boston) ma con la cadenza tipica dei giapponesi, cioè accelerando alcune parole e rallentandone altre... è davvero forte! A soli 22 anni, ne dimostra molti meno per l'aspetto (quasi tutti gli asiatici, ai nostri occhi, tendono a dimostrare meno degli anni che hanno) e molti di più per la maturità.

Il museo della spada si trova in un quartiere anonimo, all'interno di un palazzo anonimo... e invece ospita alcune delle spade dei più grandi samurai mai esistiti. La katana (così si chiama la spada dei samurai), è la migliore spada mai costruita dall'uomo, l'unica progettata per tagliare (tutte le spade occidentali sono fatte per spezzare), forgiata con una tecnica unica e capace di mantenere il filo per secoli!

La tappa successiva riveste per me un'importanza particolare. Come dicevo sono cresciuto a cartoni giapponesi, ed ora ci stiamo recando all'Hayao Miyazaky - Ghibli Museum, il tributo ad uno dei più grandi artisti del sol levante, parlando di manga ed anime (fumetti e disegni animati). Suoi sono capolavori come Nausicaä della valle del vento, Principessa Mononoke, Porco Rosso, Una tomba per le lucciole, Il castello errante di Howl, Laputa: città nel cielo, Chihiro e la città incantata... e il mio preferito in assoluto (benché nel museo non ne abbia trovato traccia): Conan il ragazzo del futuro! Ormai quasi del tutto cieco, quest'uomo ha permesso a molti della mia generazione (e magari anche di qualche altra) di sognare mondi incredibili, sempre con uno stile poetico inconfondibile...

Rie ci saluta e noi, dopo esserci ingozzati di buon sushi (a quattro soldi), ci immergiamo in un'altra notte brava per le peccaminose vie di Tokyo... tanto peccaminose che il primo istinto che mi viene è di far saltare in aria tutte queste odiose sale di Pachinko, un gioco idiota e insulso (anche più del video poker), funestato da musiche assurde ad un volume allucinante... della serie come annientare i neuroni rimasti in meno di dieci minuti!

24 maggio

Stamane ci alziamo prestissimo, alle cinque di mattina! Peppe ovviamente ci lascia fare e se ne resta a dormire... ma noi dobbiamo raggiungere il celebre Tsukiji Fish Market, il mercato del pesce che rifornisce Tokyo e dintorni del sushi e dei prodotti ittici migliori (talvolta, come nel caso del tonno, provenienti dai mari italiani!).

Non avevo mai visto, per dimensioni, quantità e varietà, niente di nemmeno vagamente simile! Cozze grosse come un pugno chiuso, granchi capaci di staccarti un dito a morsi, pesci e molluschi di ogni tipo e forma... tutti enormi!

La gente che ci lavora dovrebbe avercela a morte con le decine di turisti che, come noi, intralciano il passo e rallentano le operazioni con la pretesa di scattare una foto, invece anche qui ci sorridono e mettono in atto buffe pantomime a nostro uso e consumo (come l'asta, in cui loro si divertono più di noi a urlare e fare gli scemi)!

Ci sono però due note negative, in questo posto: gli strani carrelli motorizzati con cui il pesce viene spostato, che si muovono a mille all'ora e rischiano di metterti sotto o di azzopparti ad ogni incrocio, e l'acqua, indispensabile per mantenere fresco il pesce, che però va poco d'accordo coi miei pantaloncini corti... la prossima volta braghe idrorepellenti e cuturni di plastica, che ho i piedi zuppi!

Dopo il mercato raggiungiamo Ikebukuro, un quartiere famoso per ospitare i grandi magazzini più grandi del mondo (ma neanche come scioglilingua è granché). Tutti i negozi aprono alle dieci, così ci tocca perder tempo passeggiando a vuoto... ma non ci va poi male, perché incrociamo una tipica bellezza autoctona con indosso spettacolari pantaloni mimetici dotati di finestra (si, proprio un'apertura) sul posteriore, dalla quale spicca un selvaggio perizoma nero... quando si dice la fantasia nel vestire!

Per il resto è uno stillicidio di migliaia di negozi tutti uguali l'uno all'altro... non mi sottraggo certo al rituale delle compere (mi mancano ancora diversi souvenir), però comincio ad averne decisamente abbastanza!

Nel pomeriggio lascio ancora Flaviano & Silvia per raggiungere Peppe & Rie: la meta sarebbe il Museo dell'Innovazione Tecnologica ma siamo costretti a rinunciarci. La linea con cui Rie ci raggiunge dal suo quartiere è la più veloce e spesso gli aspiranti suicidi di Tokyo (in Giappone il tasso dei suicidi è altissimo) la scelgono per farla finita, pensando (giustamente) di andare sul sicuro. Così capita che proprio oggi tre poveretti di quindici anni decidano di lanciarsi assieme sotto al treno... e lei arriva a Shinjuku con trenta minuti di ritardo... trenta minuti per tre suicidi... non mi viene nemmeno da scherzarci su: lei ne parla tranquillamente, come se fosse la norma (e in effetti non è certo un evento eccezionale, ci racconta), ma noi partiamo già col magone addosso. Raggiunto il museo scopriamo poi che chiude alle cinque (sono già le quattro e mezza) e non si possono fare biglietti dopo le tre, così restiamo fuori.

Rie, però, non si perde d'animo e ci conduce alla Fuji television, non lontana, un'emittente televisiva i cui studi sono proprio qui nella Tokyo-bay. Due foto con lo Snoopy-blu (la mascotte simbolo della rete) e saliamo all'interno della sfera, uno studio di registrazione di forma sferica sospeso a trenta metri d'altezza... e la vista è proprio incantevole, ci aiuta a tirarci su.

Non sappiamo che altro fare (o forse un po' non ne abbiamo voglia), così decidiamo di restar qui fino al tramonto, per gustarci la città da questa che sembra l'angolazione più suggestiva vista finora. Mentre ci guardiamo i provini di alcune aspiranti presentatrici facciamo la conoscenza con altre due ragazze giapponesi (queste si più simili a come ce le immaginavamo, rispetto a rie): Peppe viene paragonato alla movie stare Orurando Broom, mentre a me dicono che ho dei beautifur eyes, eyes gureeen!

La pronuncia inglese, fatta da un giapponese, assume connotati a dir poco esilaranti!

Il tramonto è davvero spettacolare, specie perché il Raimbow-bridge si illumina e la copia della statua della libertà (regalata dagli americani per scusarsi di Hiroshima) scompare nelle tenebre, così ce ne torniamo a Shinjuku decisamente rinfrancati. Decido di offrire a Rie la cena e lei ne resta molto colpita... pian pianino sto sgretolando l'armatura con cui usa proteggersi dagli sconosciuti.

25 maggio

Stamattina il cielo di Tokyo piange... forse è triste perché domani ce ne andremo...

Flaviano e Silvia partono imperterriti per Yokohama... ma neanche laggiù la pioggia li risparmierà. Io, invece, devo completare alcuni acquisti, perciò con Peppe al fianco (anzi, a guida, visto che lui conosce già molto bene la zona), mi dirigo ad Akihabara.

È pomeriggio e continua a piovere che il ciel la manda... sono completamente zuppo. Grazie a Rie (che ci ha raggiunti) riesco a rintracciare un negozio nel quale comprare gli ultimi souvenir (tessuti e ammennicoli tradizionali giapponesi). Lei ci dice che è usanza, per un giapponese, invitare a cena i suoi ospiti stranieri, così la sua famiglia ha pensato bene di prenotarci una cena a base di sushi in un ristorante a cinque stelle (all-you-can-eat)!

Siccome rifiutare sarebbe scortesia (la guida è categorica), ci tocca andare...

E ragazzi... anche se il sushi è un piatto molto leggero, riusciamo ad ingozzarci come nella più becera osteria di campagna delle nostre parti: la gente ci guarda entusiasta del nostro appetito! Rie, invece, a dispetto della corporatura generosa, mangia come un fringuello!

A fine cena ci sentiamo un po' in colpa, chissà quanto avrà speso, la poverina... il mazzettino di fiori che le abbiamo comprato pare ridicolo, davanti a tanta abbondanza... e invece lei ha speso appena 33 € a testa (in Italia non ne sarebbero bastati 100) e quasi sbianca, emozionata di fronte al nostro insulso cadeau.

Peggio che mai, quando, al momento di salutarci, le diamo entrambi un bacetto di addio, poco ci manca che stramazzi al suolo...

Quanto sono strani questi giapponesi: tanto propensi all'ospitalità e al prodigarsi nell'aiutare gli stranieri quanto poco avvezzi all'accettarne la gratitudine in cambio. E di certo in difficoltà quando si tratta di spegnere le difese perimetrali che sono abituati ad ergere fin dall'infanzia...

Ci ho messo tre giorni per allentare la guardia di Rie e conquistarne le simpatie, e solo la terza sera ha accettato di sciogliersi un po', raccontandomi cosa pensa davvero del suo paese, della sua gente e della cultura cui appartiene. Come spesso capita, ciascuno tende a vedere soprattutto i lati negativi del posto in cui vive, così lei si lamenta proprio di questa sorta di costipazione che attanaglia i giapponesi nei rapporti interpersonali: è un limite che, specie per un italiano, potrebbe risultare difficile da comprendere, visto che siamo probabilmente il popolo più espansivo di questo pianeta (certe volte anche troppo), ma lei che è stata da noi e che studia la nostra lingua, comincia ad avvertirlo e a patirne la pesantezza, specie perché per prima, essendo molto timida, si sente in difficoltà.

Mia cara amica, non è tutto oro quel che luccica...

Le dispiace anche che, a causa della chiusura e riservatezza dei giapponesi, ci siano pochi turisti come noi.

Che bella serata, che è stata. Abbiamo mangiato e bevuto, riso e scherzato, e domani ce ne andiamo via da Tokyo...

26 maggio

Stamattina, invece, c'è il sole. Allora, magari, la pioggia di ieri era perché Tokyo doveva sopportarci ancora un giorno e non ce la faceva più? Così, oggi che ce ne andiamo, se la ride di gusto!

Lo shinkansen non attende e non fa ritardo, saliamo a bordo con un po' di malinconia addosso: ce ne stiamo andando...

Le innumerevoli risaie che scorrono fuori dal finestrino, diventate così familiari, in questi quindici giorni, presto saranno soltanto un ricordo.

Raggiungiamo il ryokan e ci sdraiamo già stanchi... si potrebbe uscire, c'è il castello da vedere, il parco... ma non ne abbiamo voglia: non ce ne siamo ancora andati e già il Giappone ci manca.

Ci scuotiamo solo per il pranzo, ingozzandoci di riso e carne in un locale sulla via per Minami (il quartiere centrale). Osaka ci sembra brutta, sciatta, priva di personalità... forse stasera nemmeno usciremo... forse non ne vale la pena...

Ma no! Facciamo un giro! Qui sono famosi per il ramen (spaghetti in brodo con pesce, carne e verdure), andiamo ad assaggiarlo. Ed invece di notte la città si trasforma! Minami è una via affollata, ricca di luci e di negozi, e Dōtombori (la zona del centro) è persino fascinosa... il locale che scegliamo a naso, senza neppure guardar dentro, rappresenta poi davvero l'ultima chicca: nemmeno un menù in inglese, non un solo prezzo scritto coi numeri arabi! Nessuno che spiccichi una parola in qualsiasi idioma che non sia giapponese, eppure tutto va alla perfezione! Ci sono cinque o sei tizi, a cucinare dietro al bancone, tutti vestiti nello stesso modo, tutti attentissimi a lanciarsi in una buffa cantilena di benvenuto per ogni nuovo cliente che entra dalla porta: il capo da il via e gli altri lo seguono... troppo forti!

Ci tolgono le ultime gocce di malinconia di dosso e i loro ramen sono a dir poco spettacolari! La passeggiata notturna ha rapito ogni cattivo pensiero, è finita, ma è stata un'avventura molto bella!

27 maggio

Siamo di nuovo all'aeroporto Kansai, in attesa d'imbarcarci. Stavolta ci saranno più italiani che giapponesi, ne abbiamo già incontrati alcuni. Ed in aereo ce ne sono quattro a dir poco spettacolari: ho le cuffie in testa per ascoltare un film eppure non riesco a sentire altro che questi sessantenni che ridacchiano raccontandosi delle loro mirabolanti esperienze di turismo sessuale nel sol levante...

Di fianco a me c'è un signore giapponese di mezza età che si trattiene e va in bagno soltanto quando lo faccio anch'io per non disturbarmi... due culture a confronto nello spazio di tre sedili, non c'è proprio che dire.

A Falconara la mia valigia è di nuovo la prima del gruppo ad arrivare... un cerchio che si chiude... l'avventura è finita davvero.

Conclusioni

E allora tracciamo questa linea, provando a fare un bilancio.

Non conoscevo niente, ma proprio niente, del paese che ho visto, se non attraverso la lente deformata dei luoghi comuni, dei sentito dire o visto alla TV, che non scendono sufficientemente in profondità per poter definire un intero popolo.

A proposito di luoghi comuni, vediamo di sfatarne (o almeno raddrizzarne) qualcuno.

 

-         Tutti i giapponesi parlano inglese: decisamente falso. I giapponesi parlano inglese proprio come noi italiani, e cioè mediamente poco e male. Inoltre hanno maggiori difficoltà di pronuncia, perché sono abituati a fonemi diversi dai nostri. In quindici giorni di permanenza avrò incontrato non più di cinque persone che sapessero parlare l'inglese con una buona pronuncia.

-         I giapponesi sono tutti tappi: spudoratamente falso. I giapponesi sono alti come noi; ci sono quelli alti e quelli bassi, quelli molto alti e quelli molto bassi. Le nuove generazioni sono in genere più alte di quelle precedenti, così, a Tokyo o nei grandi centri, con 170 cm come il sottoscritto si è mediamente bassi!

-         Il Giappone è troppo caro per le tasche di un italiano medio: clamorosamente falso. Tutti i cibi che ho assaggiato, tutte le cose che ho acquistato o che ho potuto vedere esposte nei negozi costavano meno che da noi. Forse prima dell'avvento dell'euro (e dei rincari conseguenti) questo luogo comune poteva avere qualche ragione di esistere, ma ora, specie alla luce della forza della nostra valuta rispetto allo yen, può essere tranquillamente smentito.

-         I giapponesi sono sempre gentili e cerimoniosi, si inchinano in continuazione: vero. La loro cultura lo impone: si scusano in continuazione (anche se non è colpa loro), e vi ringraziano in continuazione (anche se non avete fatto niente per loro); se ne avete bisogno e glielo chiedete potrebbero aiutarvi anche se magari in realtà vi odiano! Per educazione non si confidano mai e non vi dicono mai cosa pensano davvero, a meno che non siate amici intimi; attenzione, non dicono mai di no, nemmeno se non hanno capito che cosa gli state chiedendo (e capita in continuazione)!

-         I giapponesi hanno un complesso d'inferiorità nei confronti di noi occidentali: sembrerebbe vero. D'altro canto la loro è una cultura sconfitta dalla guerra, i cui fallimenti sono sempre messi fin troppo in evidenza, mentre le conquiste altrettanto spesso passano in secondo piano. Guardano all'occidente ed al suo stile di vita senza comprenderlo davvero (ma c'è da dire che la distanza è abissale), come se potesse essere la panacea di tutti i loro mali.

-         Le ragazze giapponesi hanno le gambe storte, il culo basso e la faccia schiacciata: assolutamente falso. Ho incontrato moltissime belle ragazze, se vi piacciono i lineamenti asiatici non resterete delusi. È però vero che in molte hanno una certa difficoltà a muoversi coi tacchi alti, probabilmente per via della poca pratica.

 

Da quando ho avuto il privilegio di cominciare a viaggiare mi sono ripromesso, per quanto possibile, di evitare i giudizi. Come ha saggiamente enunciato il mio nuovo amico Eddy Finozzi, in quel bar di Hiroshima: “Listen, there's no perfect place, in the world! Every county has his own problems...”, ma il Giappone sembra comunque essere un buon posto dove vivere. Gente tranquilla e cordiale, anche se troppo repressa; la microcriminalità è pressoché assente e la precisione e la pulizia di ogni locale, albergo, mezzo di trasporto o angolo di strada impeccabile.

La guida dice che stanno vivendo un'era di transizione. Magari è vero. I giovani rigettano un modello sconfitto, che si è rivelato inefficace, e guardano a noi con curiosità, con ammirazione, ma mancano degli strumenti per comprenderci, perché il salto è troppo lungo, così, nel tentativo di somigliarci, danno vita a curiosi ibridi di cui non possiamo che sorridere.

Detestano avere tutti i capelli neri e lisci, così li tingono di rosso rame e si fanno fare i tagli più improbabili... col risultato che ora hanno tutti i capelli strani e rosso rame (ovviamente sto generalizzando ignobilmente).

Amano i vestiti occidentali (a Tokyo non sono riuscito a vedere praticamente nessuno in abiti tradizionali giapponesi) ma hanno uno strano senso della moda: trovano di moda tutto ciò che gli piace, così qualcuno si veste anni sessanta, qualcun altro anni settanta... c'è un gran numero di tamarri o fighetti da disco ed almeno altreattanti cosplayer (abbreviazione di costume player, quelli che si vestono come i protagonisti dei cartoni animati)... c'è davvero l'imbarazzo della scelta e le vie risultano molto... colorite.

Ma non sono questi bambocci ridicoli e cerimoniosi che possiamo figurarci: la loro storia parla di un popolo fiero e battagliero, militarmente efficientissimo da secoli, col quale tutti quanti in Asia hanno dovuto fare i conti e che nessuno, neppure Gengis-Kan alla testa dei mongoli (o anche suo figlio, in seconda battuta), è riuscito ad invadere e sottomettere. Sono stati capaci di indicibile ferocia (durante la Seconda Guerra Mondiale hanno compiuto praticamente ogni sorta di atrocità immaginabile, ed i coreani, nutrita enclave sul suolo giapponese, sono fra quelli che ne hanno fatto e ne fanno ancora maggiormente le spese, allora per rapimenti, schiavismo ed esperimenti, oggi per discriminazione razziale), perciò non è consigliabile tirare la corda della loro pazienza, perché, seppure molto lunga, una volta spezzata possono essere guai. In tal senso ho avuto la sensazione che, nel rapporto con loro, noi occidentali partiamo da una posizione privilegiata rispetto a qualsiasi altro asiatico, e questo sembra essere vero specialmente per noi italiani, per i quali i giapponesi nutrono in gran parte una vera e propria passione.

Dunque chi sono i giapponesi? Per quel che ho potuto capire sono gente onesta e laboriosa, che ha una pesante eredità sulle spalle ed una impostazione culturale molto rigida; uomini e donne con un potente senso dell'onore (tanto potente da assumere talvolta deviazioni pericolose) ed un innato e raffinato gusto estetico, amanti della pulizia e del prendersi cura dell'ambiente in cui vivono, appassionati dai dettagli ma anche dalla sostanza. Guardano ammaliati ad occidente, sebbene i loro piedi siano saldamente ancorati all'oriente e ad una tradizione ancora molto forte.

Forse non rimpiangerò Tokyo (se non il suo skyline dalla Tokyo-bay), una città a misura di gigante, assordante, caotica, fatta di cemento e luci al neon: un enorme centro commerciale a cielo aperto. Non rimpiangerò di sicuro Roppongi, il più famoso, nonché squallido, dei suoi quartieri notturni, con i locali a luci rosse nei quali ogni perversione è ammessa, purché adeguatamente nascosta al pubblico. Non mi mancherà neppure la gente col cellulare saldato in mano e le cuffie incarnite nelle orecchie, in ogni luogo, in ogni momento, dai dieci ai sessant'anni: sembra quasi che usino questi strumenti più per tutelare il proprio isolamento e proteggersi dal contatto con gli altri (cui non rivolgono parola neppure quando sono pressati nelle metro) che per reale svago o necessità.

Mi piace poco anche la tendenza ad imitare tutto ciò che è altro rispetto alla loro tradizione (la Tokyo Tower come copia della Tour Eiffel ne è un esempio eclatante, ma non certo l'unico); per quel che ho potuto vedere, visitando il loro paese, non gli mancherebbero certo il genio o l'inventiva.

E allora non sono certo un paese perfetto, Eddy aveva ragione, però c'è sempre l'altro piatto della bilancia, dove pure hanno molto da mettere...

Non ho potuto che amare Hiroshima, una ferita a cielo aperto che rimargina lentamente, malinconicamente, densa di sensazioni contrastanti. Ho adorato Nara ed il suo parco popolato di docili cervi, e la quiete di Miyajima, un gioiello verde su mari azzurri.

Sono stato conquistato dalla calma solenne dei templi, santuari e giardini, a Kyoto come a Kamakura, alcuni davvero meravigliosi, e ripenserò con nostalgia a Takayama, una culla di folklore fra le montagne, e all'avventuroso viaggio per arrivarci...

Terrò a cuore anche Nikko e i suoi meravigliosi santuari, a dispetto della ressa che li turba quotidianamente, ed anche le Metoiwa, l'improbabile matrimonio fra rocce...

Ancora adesso mi tornano alla mente le infinite risaie appena fuori porta, annesse a minuscole, curatissime abitazioni; i magnifici aceri e gli imponenti ginko, o i corvi, grossi come falchi, e le carpe giganti, che boccheggiano fameliche anche nel rigagnolo più piccolo.

E anche se qualcuno lo trova un po' eccessivo, innaturale... io mi sono innamorato dell'amore con cui i giapponesi curano i loro giardini, dell'attenzione che dedicano ad ogni dettaglio, perfetta espressione del tanto declamato concetto del qui ed ora, cioè il dedicare tutta l'attenzione al tempo presente, l'unico possibile, nel mentre si compie un'attività, qualunque essa sia.

Man mano che scrivo mi tornano in mente decine di dettagli di un mosaico ancora in via di definizione... e chissà quanti altri ne sto dimenticando. Quanti incontri, quanti scorci, quante situazioni...

Indubbiamente la loro civiltà esercita un notevole fascino, ai miei occhi. E mi rattrista vederli tendere al nostro modello di vita... non perché sia deplorevole o sbagliato in sé, ma perché l'omologazione, l'assenza di differenze, la scomparsa di usi, costumi e tradizioni, non può che impoverire.

Probabilmente, però, la mia è una paura poco fondata. Ci saranno sempre 10000 km di distanza, fra noi e loro, e se sul piano fisico bastano dodici ore, su quello culturale ci vorranno ancora molti anni, prima che possiamo appiattirci gli uni sugli altri. In questo senso, constatare la difficoltà di comunicare anche coi più giovani, la profondità delle radici della loro cultura, a dispetto del rigetto di alcuni, mi ha rassicurato un po'...

Credo che, per fortuna, i giapponesi ci appariranno sempre un po' strani: c'è così tanto di loro che non conosciamo e non comprendiamo, e che meriterebbe di essere approfondito... ed il Giappone è là, silenzioso, solenne, eccentrico, assolutamente folle, ospitale ed accogliente... basta solo andare!

(R) Lo Stilita

 


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Ultimo modifica 02/04/2008
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